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Preparatevi ad ascoltare un
autentico poeta [...]
Un poeta più vicino
alla morte che alla filosofia,
più vicino al dolore
che all'intelligenza più vicino al sangue
che all'inchiostro.

Federico García Lorca


Nel ricevere il premio Nobel, nel 1971, Pablo Neruda ha sintetizzato in poche frasi l'essenza della sua vasta opera poetica: « I miei doveri di poeta non solo mi indicavano la fraternità con la rosa e con la simmetria, con l'esaltato amore e con la nostalgia infinita, ma anche con le aspre fatiche umane che ho inserito nella mia poesia».

Una sostanziale continuità sul piano dei contenuti e dei registri formali accompagna la poesia nerudiana lungo le varie tappe di un ciclico rinnovamento. Ha scritto Neruda, in Infancia y poesía, che, come quello di tutti gli uomini, il cuore di un poeta assomiglia a un «interminabile carciofo». Con questa metafora, costruita sul «vegetale armato» che - è detto nell'Ode al carciofo (una delle Odas elementales) - si può spogliare foglia a foglia, egli intendeva ribadire la coerenza interna di una prassi poetica che non viene sostanzialmente mutata dal succedersi nel tempo di varianti tematiche e di sperimentazioni letterarie ma rimane l'espressione di una continua partecipazione ai valori e alle sofferenze dell'umanità.

Neruda, che ha attraversato buona parte del Novecento, è stato testimone di molti degli eventi cruciali che hanno segnato il secolo, dalla guerra civile spagnola alla 'guerra fredda', dai movimenti di liberazione in America latina alla morte di Salvador Allende. Una diffusa tendenza ll'autorappresentazione, alla dimensione autobiografica, serpeggia per tutta la sua opera periodicamente scandita da soste riflessive, da bilanci esistenziali provvisori che portano all'inaugurazione di nuovi spazi per la creazione artistica.

Nato nel 1904 a Parral, sulle rive del Pacifico, fra i vulcani e i ghiacciai dell'estremo sud del Cile, Neruda ricorderà nell'autobiografia lirica, Memorial de Isla Negra (pubblicata nel 1964, in occasione del suo sessantesimo compleanno), la madre morta in giovane età, l'affettuosa matrigna, la «mamadre», vista come un «angelo tutelare», l'attività del padre ferroviere, «marinaio di terra», l'infanzia solitaria e pensosa trascorsa a Temuco, terra aspra di frontiera coperta da grandi boschi e sferzata dalla incessante pioggia australe, presenze ricorrenti nei suoi versi, motivi esterni che si saldano formando i primi anelli di una lunga catena di meditazione poetica.

Neruda che, nel Testamento de otoño (Testamento d'autunno), della raccolta Estravagario, si definisce «un uomo chiaro e confuso,/ un uomo piovoso e allegro,/ energico e autunnabondo», aveva incontrato la poesia quando era ancora un ragazzo: «Fu a quell'età...Venne la poesia / a cercarmi. Non so, non so da dove/ uscì, dall'inverno, o dal fiume:/ Non so come né quando,/ no, non erano voci, non erano/ parole, né silenzio, ma da una strada mi chiamava,/ dai rami della notte,/ d'improvviso tra gli altre,/ tra fuochi violenti o ritornando solo,/ lì stava senza volto/ e mi toccava...» (La poesía in Memorial de Isla Negra).

Con la pubblicazione dei primi versi, il giovane lascia il nome di Neftalí Ricardo Reyes e assume quello di
Pablo Neruda, una decisione che in seguito sarà legalizzata da un tribunale cileno. Ha scritto il poeta uruguaiano Saúl Irbargoyen Islas: «Pablo Neruda ti chiami/così è il tuo nome a settembre/ così sarà ancora per innumerevoli versi./Non c'è polvere o
segnali di terra triturata/in queste due uniche parole scelte/ per nominarti ed essere./ Riccardo fosti nato dalle piogge/ in Pablo per sempre trasformato...» (A Pablo Neruda en la luz, in Palabra por palabra, México, Axel, 1979 ).

Il motivo autobiografico appare già nel libro 'esordio, Crepusculario (1920-23). Il giovane che si è trasferito a Santiago per continuare gli studi, si volge alla meditazione e all'introspezione: «Se ne va la poesia dalle cose/ o non la può condensare la mia vita?/ Ieri – guardando l'ultimo crepuscolo-/io ero una macchia di muschio tra rovine...» ( Barrio sin luz: Quartiere senza luce).

La cupa fantasia riflette l'aspetto ostile della città in cui crescono solitudine e malinconia: «Qui sono col mio povero corpo di fronte al crepuscolo/ che tinge di ori rossi il cielo della sera:/ mentre tra la nebbia gli alberi oscuri/ si liberano ed escono a danzare per le strade.// Io non so perché sono qui, nè quando venni/ né perché la luce rossa del sole tutto riempie:/ mi basta sentire di fronte al mio corpo triste/ l'immensità di un
cielo di luce tinto d'oro,/ l'immenso rossore di un sole che già non esiste,/ l'immenso cadavere di una terra già morta,/ e di fronte alle luci astrali che tingono il cielo,/ l'immensità della mia anima sotto la sera immensa...» (Aquí estoy con mi pobre cuerpo: Sono qui col mio povero corpo). In
altre liriche si comincia ad orchestrare il motivo erotico che si svilupperà in molte raccolte successive: «Capigliatura bionda, sciolta,/ che scorre come un ruscello,/ capigliatura.// Unghie dure e dorate,/ fiori curvi e sensuali, unghie dure e dorate.// Curva del ventre, nascosta,/ e aperta come un frutto/ o una ferita...» ( Morena, la Besadora).

Il poeta unisce al registro linguistico personale gli accenti raffinati che riprendono le suggestioni liriche della scuola parnassiana, impregnate dal gusto di vibrazioni decadenti, o quelle della corrente odernista ispanoamericana e del suo corifeo, il guatemalteco Rubén Darío.

Dopo queste prime prove, Neruda aspira a pubblicare poemi di vasto respiro: «Volli essere, alla mia maniera, un poeta ciclico che passasse dalla emozione o dalla visione di un momento a una maggiore unità», affermerà in una conferenza tenuta
nel 1964. Il poema El hondero entusiasta (Il fromboliere entusiasta) doveva rappresentare una nuova tappa nel suo cammino di formazione.

Nell'autobiografia Confieso que he vivido (Confesso che ho vissuto), Neruda racconta che scrisse la prima parte del poema una notte, nella casa paterna di Temuco, dopo aver contemplato con emozione infinita il cielo australe fitto di stelle: «Mi prese un'ebrezza di stelle, celeste, cosmica». Ma il sospetto che il suo poema risentisse dell'influenza del poeta
uruguaiano Sabat Ercasty, da lui molto ammirato, indusse Neruda a pubblicare solo dieci anni dopo, nel 1933, il poema di cui aveva distrutto alcune parti. Il titolo allude probabilmente al David biblico; la scrittura poetica esalta e amplifica la passione amorosa. E già appaiono motivi e forme espressive peculiari dell'universo nerudiano, la lirica eloquenza, l'immaginazione debordante, l'immersione nella terra e nella natura e l'ascesi nell'immensità cosmica:

«Sei tutta di spume sottili e leggere/ e t'attraversano i baci, ti bagnano i giorni./ Il mio gesto, La mia ansia, pendono dal tuo sguardo./ Vaso di risonanze e di stelle prigioniere./ Sono stanco: tutte le foglie cadono, muoiono./ Cadono, muoiono gli uccelli. Cadono, muoiono le vite./Stanco, sono stanco. Vieni, anelami, fammi vibrare./ Oh, la mia povera illusione, la mia ghirlanda accesa!/ L'ansia cade, muore. Cade, muore il desiderio./ Cadono, muoiono le fiamme nella notte infinita» (III).

Ricorda il poeta nelle sue memorie che in quegli anni era innamorato e che al Fromboliere seguirono torrenti, fiumi di versi d'amore. Alcune poesie le raccolse con un titolo che diventerà celebre in tutto il mondo, Veinte poemas de amor y una canción desesperada. L'intenzione di creare poemi compatti, unitari, si fraziona, in questo caso, in 21 componimenti unificati dal sentimento amoroso, asse concettuale della raccolta in cui si esprime il senso doloroso della fine di un amore seguendo un percorso che va dalla tensione erotica e sentimentale del primo incontro alla nostalgia per la donna lontana e alla triste conclusione, la rottura della relazione. Come entità unificante, la visione del corpo femminile diventa punto di riferimento nella malinconia e nella solitudine quotidiane. La concreta presenza della donna si concentra nella lirica che apre la raccolta:

«Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,/ assomigli al mondo nel tuo atto di offerta./ Il mio corpo di rozzo contadino ti penetra/ e fa uscire il figlio dal fondo della terra.// Fui solo come un tunnel. Da me fuggivano gli uccelli/ e in me la notte portava la sua invasione poderosa./ Per sopravvivere ti forgiai come un'arma,/ come una freccia nel mio arco, come una pietra nella mia fionda.// Ma cade l'ora della vendetta, e ti amo./ Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo/. Ah i vasi del petto! Ah gli occhi dell'assenza!/ Ah le rose del pube! Ah la tua voce lenta e triste!// Corpo di donna mia, continuerò nella tua grazia./ La mia sete, la mia ansia senza limite, la mia strada indecisa!/ Oscuri alvei dove la sete eterna continua,/ e la fatica cantinua, e il dolore infinito», o in quella contrassegnata dal numero 13: « Ho marcato con croci di fuoco/ l'atlante bianco del tuo corpo./ La mia bocca era un ragno che attraversava nascondendosi./ In te, dietro di te, timorosa, assetata.// Storie da raccontarti sulla riva del crepuscolo,/ bambola triste e dolce, perche tu non sia triste./ Un cigno, un albero, qualcosa lontano e allegro./ Il tempo dell'uva, il tempo maturo e fruttifero...».

Ancora il senso del dolore, della solitudine, si sublima nei versi, notissimi, della lirica n. 20: «Posso scrivere i versi più tristi questa notte.// Scrivere, per esempio:"La notte è stellata,/ e palpitano, azzurri, gli astri, di lontano".// Il vento della notte gira nel cielo e canta.// Posso scrivere i versi più tristi questa notte./ Io l'amai, e a volte anche lei mi amò.// Nelle notti come questa la tenni fra le braccia./ La baciai tante volte sotto il cielo infinito. // Lei mi amò, a volte anch'io l'amavo,/ Come non aver amato i suoi grandi occhi fissi.// Posso scrivere i versi più tristi questa notte./ Pensare che non l'ho. Sentire che l'ho perduta.// Udire la notte immensa, più immensa senza di lei.// E il verso cade sull'anima come sull'erba la rugiada...». Questa poesia era immancabilmente richiesta quando Neruda leggeva i suoi versi in pubblico, con la sua inconfondibile voce lenta, un po' nasale, estremamente suggestiva.

Tentativa del hombre infinito (1925), un viaggio visionario nella notte con immagini oniriche, rinnova il senso di dolorosa solitudine rafforzato dalla funzione espressiva del verso libero, del testo impenetrabile, della scrittura liberata dalla tirannia della punteggiatura: «Oh cespugli crespi dove il sonno fa muovere treni/ oh mucchio di terra entusiasta dove in piedi singhiozzo/ vertebre della notte acqua tanto lontano vento inquieto rompi / anche stelle crocifisse dietro la montagna/ alza la sua spinta un'ala passa un volo oh notte senza chiavi/ oh notte mia nella mia ora nella mia ora furiosa e dolente/ questo mi portava come l'onda l'alga...».

Finora il verso nerudiano ha fatto trasparire echi del postmodernismo, immagini e stilemi del tardo romanticismo, ha avvertito l'influsso della poesia di Rimbaud e di Mallarmé o le suggestioni del surrealismo. Per Tentativa del hombre infinito Neruda ha parlato di «sviluppo nell'oscurità», considerando il libro «uno dei veri nuclei» della propria poesia che trova altre possibilità di espressione nei componimenti di Residencia en la tierra I (1925-32) e Residencia en la tierra (1933-35) che mostrano l'originale ricchezza di elementi di cui il poeta si serve per scandire il ritmo della meditazione e del ricordo. Tra il 1927 e il 1931 Neruda vive in Estremo Oriente disimpegnando l'incarico di console del Cile. Si sposa con una ragazza di origine olandese, ma l'unione si scioglie dopo la morte dell'unica figlia. Gli anni vissuti in India, a Ceylon e in altre sedi esotiche, portano esperienze che lo segnano profondamente.Le necessità della vita e l'inclinazione personale hanno contribuito a fare di Neruda un viaggiatore instancabile e attento. Nelle lontane terre asiatiche deve confrontarsi con una umanità dolente, avvilita e indifesa. In un contesto intessuto di situazioni alienanti, la sensibilità turbata del poeta avverte il peso di una condizione di estraneità e, con i suoi versi, compone una sorta di diario che lascia trapelare il rapporto di un esiliato con un mondo dominato dalla morte, assalito dal male.

La ripresa insistente, fatta con arte visionaria, quasi profetica, di questo atteggiamento si sviluppa nei componimenti della prima Residencia:

«Tra ombra e spazio, tra guarnigioni e donzelle,/ dotato di cuore singolo e sogni funesti,/precipitosamente pallido, avvizzita la fronte,/ con lutto di vedovo furioso per ogni giorno di vita,/ ahi, per ogni acqua invisibile che bevo assonnato,/ e di ogni suono che accolgo tremando,/ ho la stessa sete assente e la stessa febbre fredda...», scrive in Arte poética, componimento ricco di motivi autobiografici. Tra contrasti di luci e ombre, il diario della residenza in luoghi dove non c'è speranza accentua il pessimismo, la visione negativa della realtà, si allarga dalla dimensione fisica a quella metafisica propiziata dalla presenza ossessiva della morte e dalla consapevolezza della fragilità dell'uomo che trovano un efficace riscontro nell'opera di Francisco de Quevedo, lo straordinario poeta spagnolo di epoca barocca che Neruda incomincia a leggere durante il suo soggiorno a Madrid:

« Ci sono cimiteri soli,/ tombe piene di ossa senza suono,/ il cuore che attraversa un tunnel/ oscuro, oscuro, oscuro,/ come un naufragio interiore moriamo,/ come ci affoghiamo nel cuore,/ come cadiamo dalla pelle all'anima.// Ci sono cadaveri,/ ci sono piedi di appiccicosa pietra fredda,/ c'è la morte nelle ossa, come un suono puro,/ come un latrato senza cane,/ che esce da certe campane, da certe tombe,/ che cresce nell'umidità come il pianto o la pioggia.// Io vedo solo, a volte, bare a vela/ salpare con pallidi defunti, con donne dalle trecce morte...»(Sólo la muerte, nella seconda Residencia).

Molto noti, nella stessa raccolta, Walking around: «Accade che mi stanco d'esser uomo./ Accade che entro nelle sartorie e nei cine/ sciupato, impenetrabile, come un cigno di feltro/ che naviga in un'acqua di origine e cenere...», che registra l'aridità della vita in una città popolosa ma ostile, o la Oda a Federico García Lorca scritta durante il periodo vissuto a Madrid negli anni della
guerra civile:
«Se potessi piangere di paura in una casa sola,/ se potessi strapparmi gli occhi e mangiarmeli,/ lo farei per la tua voce di arancio a lutto/ e per la tua poesia che esce gridando».

Alcuni versi dell'Ode : «...perché dinanzi al fiume della morte piangi/ con abbandono, ferito,/ piangi piangendo, con gli occhi pieni/ di lacrime, di lacrime, di lacrime...», hanno fatto pensare a una visione profetica di Neruda, una visione che si avvererà poco dopo con l'assassinio di García Lorca.

Molto noti sono anche due componimenti che hanno per protagonista Josie Bliss, una ardente e vendicativa amante birmana: «Oh, Maligna, ora avrai trovato la lettera, ora avrai pianto per la furia,/ e avrai insultato la memoria di mia madre/ chiamandola cagna rognosa e madre di cani,/ già avrai bevuto sola, solitaria, il tè del pomeriggio/ guardando le mie vecchie scarpe vuote per sempre,/ e non potrai ricordare le mie malattie, i miei sogni notturni, i miei pasti/ senza maledirmi ad alta voce come se stessi ancora lì/, lamentandomi dei tropici, dei coolies coringhis,/ delle febbri velenose che mi fecero tanto male/ e degli spaventosi inglesi che ancora odio...» ( Tango del viudo: Tango del vedovo in Residencia I ) Tres cantos materiales, inclusi nella seconda Residencia, furono molto ammirati dai poeti spagnoli dell'epoca, tanto che li fecero stampare a parte in una plaquettealcuni di questi poeti Neruda li ricorda nell'Ode a García Lorca insieme alla figlia morta bambina, Malva Marina, avuto dalla prima moglie, agli amici di Madrid e alla seconda compagna, Delia del Carril: «...arriva una rosa di odio e spilli,/ arriva un'imbarcazione giallastra,/ arriva un giorno di vento con un bimbo,/ arrivo io con Oliverio, Norah,/Vicente Aleixandre, Delia,/Maruca, Malva Marina, Maria Luisa e Larco,/la Bionda, Rafael, Ugarte,/ Cotapos, Rafael Alberti,/ Carlos, Bebé, Manolo Altolaguirre, Molinari,/ Rosales, Concha Méndez,/ e altri che non ricordo». A Madrid, nel 1936, García Lorca, durante un recital all'Università, aveva indicato nell'opera di Neruda la voce più originale dell'America, aveva definito la sua poesia enorme e misteriosa, simile a immensi blocchi sul punto di sprofondare, poemi sospesi sull'abisso appena trattenuti da un tenue filo di ragnatela.Tercera Residencia (1947) mostra anche la nuova forma espressiva nerudiana, una forma di poesia che riflette la condizione umana con i suoi sogni e le sue miserie, le sue ideologie e le sue delusioni, o esprime l'ansia d'amore con immagini di straordinaria efficacia.

Inoltre, in Terza Residenza il poeta esprime il proprio impegno politico a favore della sinistra e passa con la sua parola al servizio del
popolo e della storia: «Non posso, dice in un discorso del 1939, mentre un coro di sangue come un nuovo e terribile movimento di onde s'innalza nel mondo, [...]conservare la mia cattedra di silenzioso esame della vita e del mondo, devo uscire e gridare per le strade fino al termine della mia vita». Nel periodo della guerra spagnola, Neruda è schierato dalla parte antifranchista e, con Reunión bajo las nuevas banderas (Riunione sotto le nuove bandiere), nella Tercera Residencia, si apre l'importante pagina della poesia civile che si affianca all'attiva partecipazione alla lotta politica e all'ammirazione per l'Unione Sovietica; l'esaltazione degli ideali socialisti si ripropone nel Canto a Stalingrado,España en el corazón, himno a las glorias del pueblo en guerra (1936-1937), testimonia il nuovo atteggiamento del poeta che assiste al crollo di un mondo e alla morte di amici fraterni come García Lorca o Miguel Hernández.
Come avverrà per altri grandi poeti di lingua - César Vallejo, Rafael Alberti, Nicolás Guillén – con Spagna nel cuore Neruda mostra la totale adesione ideologica alla parte repubblicana: «...Con gli occhi ancora feriti di sonno,/ con fucile e pietre, Madrid, appena ferita,/ ti sei difesa. Correvi/ per le strade/ lasciando scie del tuo sangue santo,/ riunendo e chiamando con una voce di oceano,/ con un volto cambiato per sempre/ dalla luce del sangue, come una vendicatrice/ montagna, come una sibilante/ stella di coltelli» (Madrid 1936).

Tra i brani più noti di España en el corazón, explico algunas cosas:

«Domanderete: E dove sono i lillà?/ E la metafisica coperta di papaveri?/ E la pioggia che spesso colpiva/ le sue parole riempiendole / di buchi e di uccelli?// Vi racconterò tutto quanto mi succede.// Io vivevo in un quartiere/ di Madrid, con campane,/ con orologi, con alberi.// Da lì si vedeva/ il volto secco della Castiglia/ come un oceano di cuoio./ La mia casa era chiamata/ la casa dei fiori, perché dappertutto/ c'erano gerani era/ una bella casa/con cani e ragazzini./ Raúl, ti ricordi?/ Ti ricordi, Rafael?/ Federico, ti ricordi/ da sotto terra,/ ti ricordi della mia casa con i balconi dove/la luce di giugno affogava fiori nella tua bocca?/ Fratello, fratello!...». La tragedia della guerra civile ispira il commosso Canto a las madres de los milicianos muertos: « Non sono morti! Sono in mezzo / alla polvere,/ in piedi, come micce che bruciano./ Le loro ombre pure si sono riunite/ nella prateria color rame,/ come una cortina di vento blindato,/ come una barriera del colore della furia,/ come lo stesso invisibile petto del cielo....»la sdegnata invettiva El general Franco en los infiernos: «Sventurato, né il fuoco né l'aceto bollente in un nido di streghe vulcaniche, né il gelo divoratore,/ né la tartaruga putrida che latrando e piangendo con voce di donna morta ti frughi la pancia cercando una vera nuziale o un giocattolo di bimbo decollato, /saranno per te se non una porta scura, abbattuta...»o la nostalgia di Madrid (1937): «In quest'ora ricordo tutto e tutti,/ con tutte le fibre, profondamente nelle/ regioni che – suono e penna- / colpendo un poco, esistono/ oltre la terra, ma sulla terra. Oggi/ comincia un nuovo inverno./ Non c'è in questa città,/ dove si trova quel che amo,/ non c'è pane o luce: un cristallo freddo cade/ su secchi gerani. Di notte sogni neri/ aperti da obici, come sanguinanti buoi:/ nessuno nell'alba delle fortificazioni,/ tranne un carro distrutto: ora muschio, ora silenzio di età/ invece di rondini nelle case bruciate/ dissanguate, vuote, con porte verso il cielo...».

In Tercera Residencia è incluso un commosso canto dedicato alla memoria di Tina Modotti, figura leggendaria della rivoluzione socialista, morta in Messico dove viveva con Vittorio Vidali che Neruda aveva conosciuto durante la lotta antifranchista: «Tina Modotti, sorella, non dormire, no, non dormire:/ forse il tuo cuore sente crescere la rosa/ di ieri, l'ultima rosa di ieri, la nuova rosa./ Riposa
dolcemente, sorella.// La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:/ ti sei messo un nuovo vestito di seme profondo/ e il tuo soave silenzio si empie di radici./ Non dormirai invano, sorella....».Tercera Residenciasegna una delle svolte, uno dei ciclici cambiamenti che avvengono entro i temi e le forme della diacronia compositiva nerudiana: dalla poesia meditativa, dall'angosciata visione del mondo, si arriva alla nota populista, all'impegno e alla solidarietà con l'uomo, a una poesia che l'autore stesso definisce utile ed utilitaria.

L'attività politica di Neruda, dopo la guerra di Spagna, era continuata con l'aiuto offerto a centinaia di esuli spagnoli che avevano avuto la possibilità di emigrare in Cile. Nel '40 il poeta è nominato console in Messico. Per tre anni vive in quel Paese «fiorito e
spinoso» che lo sorprende per il suo incanto e la sua luce e, fino al '43, percorre alcuni paesi sudamericani scoprendo il fascino del mondo indigeno.

Di ritorno in Cile, Neruda viene eletto senatore per il Partito comunista. Ma il presidente González Videla, eletto con l'apporto dei voti della sinistra, si lega sempre più alla politica nordamericana e finisce per disconoscere l'alleanza con i comunisti che vengono dichiarati fuori legge. Neruda reagisce, ma il presidente-tiranno ordina il suo arresto. Costretto a nascondersi per molti mesi, il poeta si salva rifugiandosi prima in Agentina, dopo una pericolosa fuga attraverso le Ande, e poi a Parigi dove lo accolgono Picasso, Eluard, Aragon. Nel 1951, pur esule e ricercato dalla polizia cilena, è impegnato, come membro del Movimento dei Partigiani della Pace, in numerosi viaggi attraverso alcuni Paesi dell'Europa Orientale e dell'Asia legati all'Unione Sovietica. Nel gennaio del '52 si trova in Italia, ancora fuoruscito ed esposto al continuo rischio d'espulsione, tenuto sempre d'occhio dalla polizia. Con Matilde Urrutia, la donna di cui si è perdutamente innamorato, soggiorna a Capri, ospite di Edwin Cerio, e poi a Sant'Angelo d'Ischia, dalla fine di gennaio alla fine di giugno del '52 il 6 luglio quando, per la mutata situazione politica, può finalmente ritornare in Cile, s'imbarca con Matilde sulla nave italiana Giulio Cesare.

Il Canto General, che amplia il disegno di un originario Canto General a Chile, venne composto in gran parte mentre il poeta era costretto alla clandestinità, in patria, dalla polizia di González Videla. Il poema fu pubblicato nel 1950 a Città del Messico con le illustrazioni dei pittori, noti per i loro murales, Diego Rivera e David Alfaro Siqueiros.>Il CantoGeneral (1938-1949) è un lungo, articolato, poema che ambisce a penetrare tutti gli aspetti dell'immenso mondo americano, una visione di vasto respiro e di inesauribile creatività che spazia dalla creazione della terra americana e dal periodo preispanico ai secoli tristi della Conquista spagnola, dall'epoca dell' Indipendenza fino agli orrori più recenti delle moderne dittature. Su questa trama complessa che accoglie la pura cronaca degli eventi storici e l'indugio autobiografico, l'impeto polemico e l'invettiva politica, si stende l'onda lirica e nostalgica dell' interprete della natura e del mistero cosmico, del poeta che stabilisce un rapporto tra l'uomo e la terra, tra il destino individuale e quello collettivo:«Prima della parrucca e la casacca/ furono i fiumi, fiumi arteriali:/furono le cordigliere e sulla loro onda sfilacciata/ il cóndor o la neve sembravano immobili:/ fu l'umidità e il folto d'alberi, il tuono/ancora senza nome, le pampe planetarie.// L'uomo fu terra, vaso, palpebra/ del limo tremulo, forma dell'argilla,/ fu vaso del caribe, pietra chibcha,/ coppa imperiale o selce araucana./ Tenero o sanguinario fu, ma sull'impugnatura/ della sua arma di cristallo inumidito,/le iniziali della terra erano/ scritte./ Nessuno poté/ ricordarle dopo: il vento/ le dimenticò, l'idioma dell'acqua/ fu interrato, le chiavi si perdettero/ o s'inondarono di silenzio e sangue...»Amor América, 1400 nella sezione La lámpara en la tierra

La visita alle rovine incaiche di Machu Picchu conduce all'elaborazione di un grandioso disegno che, partendo dalla scoperta di una remota, idealizzata presenza umana, si riallaccia all'attuale condizione dell'uomo americano. La storia si piega e si trasforma in mito: «Allora sulla scala della terra son salito/ nel terribile intrico delle selve perdute/ fino a te, Macchu Picchu.// Alta città di pietre scalari,/ infine dimora di chi l'elemento terrestre/ non nascose nelle addormentate vesti.// In te, come due linee parallele,/ la culla del lampo e dell'uomo/ si dondolavano in un vento di spine.// Madre di pietra, spuma dei cóndor.// Alto picco dell'umana aurora.// Pala perduta nella prima arena.// Questa fu la dimora, questo è il luogo:/ qui i grossi grani del mais salirono/ e discesero di nuovo come grandine rossa.// Qui il filo dorato uscì dalla vigogna/ a vestire gli amori, i tumuli, le madri,/ il re, le orazioni, i guerrieri...» Oltre alle sezioni 'storiche' dedicate ai conquistadores spagnoli e ai i>libertadores (da Bartolomé de las Casas, che nel Cinquecento si adoperò a favore degli indios, fino a Emiliano Zapata e a Sandino, passando attraverso le gesta dei combattenti per l'indipendenza dell'Ottocento, dal generale San Martín a José Martí), è rilevante la sezione El gran océano, che si ricollega al costante interesse del poeta per il mare e le sue creature (non per niente oltre che studioso di ornitologia e di botanica, fu anche un gran collezionista e conoscitore di conchiglie e raccoglitore di oggetti provenienti dalle navi, come le polene). In questa sezione si avverte il respiro possente del mare, soprattutto del Pacifico sulle cui rive, a Isla Negra, Neruda aveva costruito una delle sue dimore. Il mare si rispecchia nell'io poetico che traduce simbolicamente il ciclo vitale del moto incessante delle acque; il grande oceano diventa immagine prismatica in cui un fitto intreccio di immagini e di metafore promuove la comunione tra l'uomo e le cose, l'incontro possente tra mito, natura e poesia: «Se dei tuoi doni e delle tue distruzioni, Oceano, alle mie mani/ potessi destinare una misura, una frutta, un fermento,/ sceglierei il tuo riposo distante, le linee del tuo acciaio,/ la tua estensione vigilata dall'aria e dalla notte,/ e l'energia del tuo idioma bianco/ che rompe e abbatte le sue colonne/ nella propria purezza demolita.// Non è l'ultima onda col suo salato peso/ quella che tritura coste e produce/ la pace d'arena che circonda il mondo:/ è il centrale volume della forza,/ la potenza estesa delle acque,/ l'immobile solitudine piena di vite...» ( El gran océano, I)

Nella sezione d'impronta autobiografica, El fugitivo (1948), il poeta rievoca la sua fuga dal Cile attraverso le Ande: «Per l'alta notte, per la vita intera,/ da lacrima a carta, di roba in roba/ andai in quei giorni foschi./ Fui il fuggitivo dalla polizia:/ e nell'ora di cristallo, nel folto/ di stelle solitarie,/ attraversai città, boschi,/ fattorie, passi,/ dalla porta di un essere umano all'altro,/ dalla mano di un essere a un altro essere, a un altro essere./ Grave è la notte, ma l'uomo/ ha disposto i suoi segni fraterni,/ e a tentoni per strade e per ombre/ giunsi alla porta illuminata, al piccolo/ punto di stella che era mio,/ al frammento di pane che nel bosco i lupi/ non avevano divorato...».Il tema dell'attraversamento a cavallo delle Ande collega direttamente la sezione El fugitivodel Canto General a una raccolta di poesie, Las uvas y el viento (L'uva e il vento) che Neruda scrive in buona parte in Italia, nel 1952, durante un soggiorno a Capri insieme all'amata
Matilde Urrutia che sposerà dopo essersi separato dalla seconda moglie, Delia del Carril. La poesia iniziale di Las uvas rievoca ancora la fuga avventurosa:«Io attraversai le ostili/ cordigliere,/ tra gli alberi passai a cavallo./L'humus ha lasciato/ sulla terra/ il suo tappeto di mille anni.//[...] Le spine mi mordevano,/ le dure pietre ferivano il mio cavallo,/ il gelo cercava sotto le mie vesti lacere/ il mio cuore per donargli canti e addormentarlo...».

Questa raccolta contiene anche alcuni componimenti ispirati dalle città italiane visitate da Neruda, americano esule e cantore ramingo, che così si rivolge agli abitanti del Vecchio Mondo in Palabras a Europa ( Parole all'Europa): «Io, americano errante,/ orfano dei fiumi e dei/ vulcani che mi procrearono,/ a voi, semplici europei,/ delle strade tortuose, umili proprietari della pace e dell'olio,/ saggi tranquilli come il fumo,/ io vi dico: qui sono venuto/ a imparare da voi...» in La túnica verde il poetaafferma rivolto agli italiani « Io per le strade,/ per i monti andai./ Le vigne mi coprirono con la loro tunica verde,/ assaggiai il vino e l'acqua./ Nelle mie mani/ volò la farina, scivolò l'olio, Ma/ è il popolo d'Italia/ il prodotto più fine della terra...».
In La città, il poeta ricorda una visita a Firenze: «E quando a Palazzo/ Vecchio,/ bello come un'agave di pietra,/ salii gli scalini consunti,/ attraversai le antiche sale...»; in altre poesie lascia una stupenda immagine di Capri: «Capri, regina di roccia,/ nel tuo vestito / color amaranto e giglio/ vissi sviluppando/ la felicità e il dolore, la vigna piena/ di splendenti grappoli/ che conquistai sulla terra.[...] Sbarcai d'inverno./ Il suo abito di zaffiro/ l'isola conservava ai suoi piedi,/ e nuda sorgeva nel suo vapore/ di cattedrale marina...» (Cabellera de Capri: Chioma di Capri).
Nella magica cornice dell'Isola s'inserisce la figura amata di Matilde fatta di essenze terrestri e marine: «Da dove, pianta o raggio,/ da dove, raggio nero o pianta dura,/ venivi e venisti/ fino all'angolo marino?// Ombra del continente più lontano/ c'è nei tuoi occhi, luna aperta/ nella tua bocca selvaggia,/ e il tuo volto è la palpebra di un frutto addormentato./ Il capezzolo satinato di una stella è la tua forma,/ sangue e fuoco de antiche lance è sulle tue labbra.// Dove raccogliesti/ petali trasparenti/ di sorgente, da dove/ portasti il seme/ che riconosco? E poi/ il mare di Capri in te, mare straniero,/ dietro di te le rocce, l'olio,/ il retto chiarore ben costruito...» (La passeggera di Capri).
In Las uvas il tema amoroso si unisce ancora all'impegno civile rivolto all'esaltazione dei Paesi aderenti al blocco comunista, un impegno che rivela una nuova, combattiva vena poetica, aperta alla speranza, che già si era annunziata in una silloge di poesie d'amore, Los versos del Capitán, ispirati da Matilde e stampati a Napoli, nel luglio del '52, senza il nome dll'autore per non ferire la sensibilità della consorte tradita, Delia del Carril. Nell'ultima poesia della raccolta, La carta en el camino (La lettera scritta lungo la strada), Neruda diceva a Matilde: «Adorata, vado alle mie battaglie./ Scaverò con le mani la terra per farti una grotta/ e lì il tuo capitano/ ti aspetterà con fiori sul letto...».
Nei Versi del Capitano, usciti in una edizione di soli 44 esemplari destinati ad amici sottoscrittori, ogni componimento della struggente cronaca sentimentale canta Matilde: «Bella,/ come nella pietra fresca/ ella sorgente, l'acqua/ apre un ampio lampo di spuma,/ così è il sorriso nel tuo volto,/ bella./ Bella,/ come il nido di rame intricato/ sulla tua testa, un nido/ color miele oscuro/ dove il mio cuore arde e riposa,/ bella...». La Capri invernale accoglie e protegge gli amori di Matilde e del suo Capitano «Tutta la notte ho dormito con te/ vicino al mare, sull'isola./ Eri selvaggia e dolce tra il piacere e il sonno,/ tra il fuoco e l'acqua.// Forse assai tardi/ i nostri sogni si unirono/ nell'alto o nel profondo,/ in alto come rami che muove lo stesso vento,/ in basso come rosse radici che si toccano...» ( La noche en la isla: La notte sull'isola).
Matilde è anche l'ispiratrice dei Cien sonetos de amor (Cento sonetti d'amore), del 1959, che racchiudono nella gabbia dei quattordici versi una esuberante sensualità, come nell'incipit del sonetto XII: «Piena donna, mela carnale, luna calda,/ spesso aroma di alghe, fango e luce impastati,/ che oscuro chiarore si apre tra le tue colonne?/ Che antica notte l'uomo tocca con i suoi sensi?...», o un abile uso della metafora, come nel sonetto LXVII:
«La grande pioggia del sud cade su Isla Negra/ come una sola goccia trasparente e pesante,/ il mare apre le sue fredde imposte e la riceve,/ la terra impara l'umido destino di un bicchiere.// Anima mia, dammi nel tuo bacio l'acqua/ salubre di questi mesi, il miele del territorio,/ la fragranza bagnata da mille labbra del cielo,/ la sacra pazienza del mare d'inverno.// Qualcosa ci chiama, tutte le porte si aprono da sole,/ racconta l'acqua un lungo rumore alle finestre,/ cresce il cielo verso il basso toccando le radici,/ e così tesse e disfa la sua rete celeste il giorno/ con tempo, sale, sussurri, crescite, strade,/ una donna, un uomo, e l'inverno sulla terra.».

Con le Odas elementales (1952-54) e le successive Nuevas odas elementales (Nuove odi elementari) del 1956 e il Tercer libro de las odas (Terzo libro delle odi), del 1957, il programma poetico di Neruda ha una nuova svolta: con ottimismo e semplicità egli canta in forma chiara, con voce semplice, 'elementare', la vita della natura e quella di tutti i giorni, la realtà comune, l'oggetto quotidiano. In questa prospettiva, si trasformerà in un uomo invisibile per non lasciarsi assorbire dal suo ego che ignora quel che succede intorno, : «...e io passo e non ho/ tempo per tante vite,/ io voglio/ che tutti vivano/ nella mia vita/ e cantino nel mio canto,/ io non sono importante,/ non ho tempo/ per le mie faccende,/ di notte e di giorno/ devo annotare quel che accade, e non dimenticare nessuno...» (El hombre invisible, datata Sant'Angelo d' Ischia, 24 giugno 1952).
Esprimendosi come i poeti popolari che sono «come le antiche radici», Neruda si riallaccia alla voce del popolo depositario di un mondo ancestrale, si libera del poetare oscuro e come dice nella Casa de las odas, in Nuevas odas elementales, « ...pestai la coda/ del rettile mentale,/ e disposi le cose/ - acque a fuoco-/ in accordo con l'uomo e con la terra».
Le Odas costituiscono un immenso inventario, dai monti agli animali, dai calzini ai libri, dagli utensili domestici ai fiori e ai cibi, il pesce o gli ortaggi saporiti apprezzati dal Neruda buongustaio:
«Cipolla,/ luminosa ampolla,/ petalo a petalo/ si formò la tua bellezza,/ squame di cristallo ti ingrandiscono/ e nel segreto della terra oscura/ s'arrotondò il tuo ventre di rugiada./ Sotto la terra/ fu il miracolo/ e quando apparve/ il tuo tondo stelo verde,/ e nacquero/ le tue foglie come spade nell'orto,/ la terra accumulò il suo potere/ mostrando la tua nuda trasparenza,/ e come in Afrodite il mar remoto/ duplicò la magnolia/ innalzando i suoi seni,/ la terra / così ti fece,/ cipolla,/ chiara come un pianeta,/ e destinata/ a risplendere,/ costellazione costante,/ rotonda rosa d'acqua,/ sulla/ tavola/ della povera gente» (Oda a la cebolla).

Con l'innovativo Estravagario la poesia di Neruda segna ancora una svolta, prende forma per una sorta di cronaca personale in cui il poeta interroga se stesso, lascia trasparire timori e conflitti intimi, problemi esistenziali posti, però, col linguaggio vivace, ironicamente ambiguo e divertito annunziato dal titolo del libro:
«Quanto vive un uomo, infine?/Vive mille giorni o uno solo?/ Una settimana o vari secoli?/ Per quanto tempo muore l'uomo?/ Che vuol dire:"Per sempre"?/ Preoccupato da questo problema/ mi dedicai a chiarire le cose./ Cercai i saggi sacerdoti,/ li attesi dopo il rito,/ li spiai quando uscivano/ a visitare Dio e il Diavolo./ Si annoiarono alle mie domande./ Anche loro non sapevano molto,/ erano solo amministratori...» ( Y cuanto vive).

La formula autobiografica ritorna in un'ordinata concatenazione di ricordi nel 1964, quando il poeta compie sessant'anni e pubblica Memorial de Isla Negra composto di cinque volumi, una narrazione liricamente intensa di una traiettoria esistenziale che Neruda riprende in prosa nel volume autobiografico, che uscirà postumo, Confieso que he vivido. Nel momento della piena maturità, l'uomo che ha amato e ama intensamente, ha percorso il mondo in lungo e in largo, ha conosciuto guerre, miserie e rivoluzioni, ha creduto intensamente nelle proprie scelte politiche e infine ha visto sgretolarsi l'ideale comunista, traccia un ampio bilancio della propria vita. In Donde nace la lluvia (Dove nasce la pioggia) la memoria rievoca il mondo dell'infanzia tra boschi umidi e rigogliosi, l'arrivo in città, la tristezza e l'incertezza del vivere; la Luna en el laberinto ricorda i primi viaggi e i primi amori, l'esperienza in Asia e la residenza in Spagna; El fuego cruel (Il fuoco crudele) si concentra sull'attività politica, mentre nel Cazador de raíces ( Cacciatore di radici) il poeta si abbandona alla meditazione, ricorda, fra le persone che gli sono state vicine, Delia del Carril « luce della finestra aperta/ alla verità, all'albero del miele...». Nell'ultimo libro, Sonata crítica, il poeta cambia tono, riafferma con modi più leggeri e scherzosi il proprio impegno e conclude con un disteso canto d'amore per Matilde.
Prima del Memoriale di Isla Negra c'erano stati un libro illustrato dal fotografo Quintana, Las piedras de Chile del 1960; (nel 1966, in Spagna, dove gli scritti di Neruda sono sottoposti a censura dal regime franchista, si pubblicherà eccezionalmente Una casa en la arena che unisce poesie e brani in prosa con le immagini della casa di Isla Negra del fotografo Sergio Larraín, un libro che appare una sorta di anticipazione di Confieso que he vivido); Canción de Gesta (1961) che esalta la rivoluzione cubana, Cantos ceremoniales (1961) che ricorda il dramma delle catastrofi naturali in Cile, un piccolo volume di meditazioni, Plenos poderes (1962).

Passati i sessant'anni, Neruda continuare a scrivere e a pubblicare senza sosta. Ancora la poesia è concepita come strenua interrogazione esistenziale ed itinerario conoscitivo tra terra ed acqua, tra eros e dolore; il poeta rimane fedele alla linea intimista e autobiografica, senza tralasciare la vena della poesia civile e politica. Sul piano formale percorre strade diverse, utilizza l'ironia e l'humour, si riallaccia a correnti innovative come l'antipoesia, teorizzata e praticata dal cileno Nicanor Parra, contraria alla retorica, schiettamente impegnata e populista.
In Arte de pájaros, ( Arte degli uccelli) (1962-65) il poeta osserva e studia gli uccelli. Le poesie, accompagnate da disegni, si apre con Migración che potrebbe rappresentare metaforicamente anche la vita del poeta: «Tutto il giorno una linea e un'altra linea,/ uno squadrone di piume, una nave/ palpitava nell'aria,/ attraversava/ il piccolo infinito/ della finestra da dove cerco,/ interrogo, lavoro, spio, attendo...». Per il cigno, bastano due soli versi: «Sulla neve natatoria/ una lunga domanda nera».
Nel 1969 s'impegna nella campagna presidenziale in favore di Salvador Allende. Nel 1971 riceve il premio Nobel per la letteratura e nel '72 è nominato ambasciatore in Francia, il paese che nel 1951 lo aveva espulso su sollecitazione del presidente González Videla, l'odiato nemico politico. Già malato di cancro, Neruda rinuncia all'incarico nel febbraio del '73. Torna in Cile e l'11 settembre 1974 si trova a Isla Negra, dove apprende la notizia della morte del presidente Allende e del golpe del generale Pinochet. Pochi giorni dopo, il 23 settembre, anche Neruda muore dopo aver conosciuto gli orrori della repressione ordinata dai militari.

Tra i molti titoli dell'ultima parte del vasto corpus nerudiano, spicca un testo teatrale, Fulgor y muerte de Joaquín Murieta, una cantata che s'ispira alla figura leggendaria del bandito Joaquín Murieta ucciso in California nel 1853 e che si sviluppa alternando prosa e poesia.

Noto soprattutto per la produzione lirica che lo pone tra i classici del Novecento, Neruda annovera, tra le sue opere, una sezione dedicate alla prosa in cui, oltre a scritti d'occasione, si ritrovano le prose poetiche di Anillos (Anelli) del 1934-26; pagine come quelle di El habitante y su esperanza, degli stessi anni e di Infancia y poesía (1934) che, con una forte coloritura lirica, riprendono i ricordi del mondo nativo «...una storia di acque, di boschi, di uccelli, di popoli, perché è questa la poesia, o almeno la mia poesia...».

Tra le raccolte poetiche pubblicate dopo il 1964, La Barcarola (1967) riannoda il filo autobiografico di Memorial de Isla Negra come avviene per Las manos del día, (1968) in cui il poeta fa sentire più insistente il presagio della morte e in cui ricorda la formula della sua arte:«...si deve impastare/ il fango/ finché canti,/ insudiciarlo di lacrime,/ lavarlo con sangue,/ tingerlo con violette/ finche esca il fiume,/ tutto il fiume,/ da un piccolo vaso:/ è il canto:/ la parola/ del fiume» (El canto).; in Fin de mundo (1969) Neruda adombra il senso della vita che si avvia verso l'epilogo e il sentimento del disinganno, la triste costatazione della caduta degli ideali politici; Incitación al nixonicidio y alabanza de la revolución chilena è l'ultimo panphlet politico che analizza la realtà cilena e prende ancora posizione contro gli Stati Uniti e il "presidente sanguinario" Nixon. Il libro venne distribuito per le strade del Cile.

Geografia infructuosa, completato mentre il poeta era ambasciatore in Francia, tra il 1971 e il '72, è un libro fondamentale dell'ultima produzione di Neruda dove ricompare l'espressione della sua poliedrica umanità e si riprende con pacata drammaticità ; il tema della morte che l'io poetico avverte sempre più vicina:

«E ora, mi fa male l'anima e tutto il corpo,/ e grido, e mi nascondo nel pozzo/ dell'infanzia, con paura e vento:/ oggi il sole giovane d'inverno ci ha portato/ una goccia di sangue, un segno amaro, ed ormai tutto è finito: con c'è scampo,/ non c'è mondo, né bandiera
promessa:/ basta una ferita per abbatterti:/ con una sola lettera/ ti ucide l'alfabeto della morte/ un solo petalo del gran dolore umano/ cade nella tua orina e credi/ che il mondo intero si dissangui...» scrive in El cobarde (Il codardo). ; settantesimo compleanno, il 12 luglio 1974, il governo di Salvador Allende aveva progettato una grande manifestazione in onore di Neruda che stava completando per l'occasione otto raccolte di poesie che poi saranno pubblicate postume.

Tra questi libri, El mar y las campanas, che nel titolo riprende due dei simboli di maggior spessore e frequenza nell'opera nerudiana, contiene Final che, forse, è l'ultima poesia scritta da Pablo il quale si rivolge ancora una volta a Matilde: «Matilde, anni o giorni/
addormentati, febbricitanti,/ qui o là [...] Poi questi viaggi/ e il mio mare di nuovo:/ la tua testa sul cuscino,/ le tue mani che volano/ nella luce, nella mia luce,/ sulla mia terra./ Fu tanto bello vivere/ quando vivevi!/ Il mondo è più azzurro e più terrestre/ di notte, quando dormo/ enorme, dentro le tue piccole
mani».

Le opere di Neruda si possono leggere in : Pablo Neruda, Obras Completas, a c. di H. Loyola, 4 voll., Barcelona, Galaxia Gutenberg- Círculo de Lectores, 1999-2001; Per le traduzioni italiane: Le Opere di Pablo Neruda, Edizione del Centenario 1904-2004, Firenze, Passigli Editori; P. Neruda, Confesso che ho vissuto, Torino, Einaudi, 1998; Matilde Urrutia, La mia vita con Pablo Neruda, Firenze, Passigli Editori, 2002.









Teresa Cirillo
(Nerudista e docente di letteratura Ispano-Americana Università 'L'Orientale di Napoli')


Periodi nell'opera di Neruda

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